Il tuo problema - Salvator Mundi International Hospital
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    Trattamento mininvasivo

    Le cisti pilonidali o sacrococcigee sono dovute all’incistamento di peli, quasi sempre nella zona sacrococcigea. Fino agli anni ‘80 si pensava che questa fosse una patologia di origine congenita; in realtà si tratta di una patologia acquisita, legata al particolare quadro anatomico e ai microtraumi ripetuti della zona sacrococcigea.
    Nella nostra clinica, l’adozione delle tecniche mininvasive ha drasticamente modificato gli esiti dell’intervento, in particolare per quanto riguarda il dolore, la necessità di medicazioni, il ritorno alle normali attività ed i risultati cosmetici a distanza.
    Le cisti pilonidali si infettano frequentemente formando ascessi che, drenati spontaneamente o chirurgicamente, danno esito a fistole che tendono a cronicizzare. Rimangono, in questi casi, orifici cutanei singoli o multipli nella piega interglutea, con ricorrenti episodi di fuoriuscita di pus. Tale quadro viene definito “malattia pilonidale” e, seppur poco considerata da un punto di vista scientifico, è molto rilevante da un punto di vista medico e sociale.
    Il trattamento chirurgico della cisti e fistola sacrococcigea è esclusivamente chirurgico. Il trattamento “classico” consiste in un’accurata esplorazione di tutti i tramiti fistolosi e nell’asportazione di una grossa componente cutanea e sottocutanea (escissione). Al termine dell’intervento residua un’ampia cavità che, in relazione alle dimensioni ed allo stato infiammatorio, può essere aperta o chiusa con grossi punti di seta. In alcuni casi la perdita di sostanza viene chiusa con plastiche a Z o lembi di rotazione. Si tratta comunque di interventi che comportano molti fastidi per il paziente ed un lento recupero dell’attività fisica e lavorativa. A volte le medicazioni possono durare anche alcuni mesi.
    La malattia, inoltre, indipendentemente dalla tecnica utilizzata, presenta un’elevata incidenza di recidive, legate all’esistenza di follicoli piliferi anche nelle zone adiacenti all’escissione.
    Nel 2008 un chirurgo israeliano, Moshe Gips, basandosi sulla precedente esperienza di J Bascom, ha ideato e pubblicato su “Disease of Colon and Rectum” una tecnica mininvasiva, che consiste nell’asportazione, con bisturi circolari, detti biopunch o trefine, del diametro di alcuni millimetri (da 4 a 8), di tutti i tramiti fistolosi, lasciando in sede la cute integra. L’intervento, rispetto alle tecniche classiche, presenta fastidi minori sia nell’immediato periodo postoperatorio che nei giorni successivi. Il paziente viene operato in regime ambulatoriale e in anestesia locale; può riprendere le normali attività già nel giorno successivo all’intervento. L’incidenza di recidive è minore rispetto alle tecniche classiche. Il trattamento è indicato anche nelle recidive, evitando in questi casi escissioni ampie con difficoltà alla chiusura diretta con punti.

    Fistole anali

    Sono piccole comunicazioni patologiche che, come un piccolo tunnel, mettono in comunicazione l’ano con la cute perianale. Le fistole rappresentano, di solito, l’esito di una raccolta ascessuale a partenza di alcune ghiandole ubicate nel canale anale. Le cause possono essere un’infezione primaria di suddette ghiandole, o un esito di una ragade anale, oppure essere correlate con altre patologie, quali la malattia di Crohn, la rettocolite ulcerosa, la diverticolite, le infezioni da HIV e le neoplasie del retto.
    Le fistole possono essere semplici o complesse in relazione al numero, al decorso, alla presenza di estensioni “a ferro di cavallo”, l’interessamento della vagina (fistole rettouretrali e anovulvari) o delle vie urinarie (fistola anouretrale) ed ai rapporti con il muscolo sfintere. In relazione alla complessità ed alle malattie concomitanti, la presenza di ascessi e fistole perianali è notevolmente disagevole per il paziente, limitandone la vita di relazione e lavorativa.
    Il trattamento classico consiste nell’incisione della fistola (fistulotomia) o nell’asportazione della stessa (fistulectomia). Queste tecniche possono essere effettuate senza problemi nei casi di fistole semplici. In caso di fistole complesse, utilizzando queste tecniche si seziona invariabilmente lo sfintere anale esterno, ovvero il muscolo che presiede alla continenza anale. Il paziente presenterà, pertanto, un’incontinenza alle feci di solito permanente. Per ovviare a questa complicanza, in tali casi, viene classicamente posizionato un setone, ovvero un grosso filo o un tubicino in silicone attraverso la fistola. Consente così di drenare il pus che si forma e, stringendo progressivamente il setone (elastodieresi), di sezionare lentamente lo sfintere, evitando tagli netti. L’elastodieresi è comunque una tecnica dolorosa e può non evitare l’incontinenza.
    Un’alternativa è il confezionamento di plastiche del canale anale (flap endorettali), utilizzando lembi di mucosa, sottomucosa e muscolo. L’intervento è piuttosto invasivo e presenta un’alta percentuale di insuccessi e una rilevante quota di incontinenza fecale.
    Attualmente, in alternativa a queste tecniche, possono essere utilizzati trattamenti mininvasivi, in cui viene sempre preservato lo sfintere anale:

    • Chiusura della fistola con colle (colla di fibrina) o materiale biologico (Permacol)
    • Chiusura della fistola con plug, ovvero tappi di materiale biocompatibile (BIO-A)
    • Legatura intersfinterica della fistola (LIFT)
    • Trattamento videoassistito (VAAFT), ovvero l’esplorazione ed il trattamento endocavitario della fistola con fistuloscopio dedicato, associato alla chiusura dell’orifizio interno
    • Trattamento con laser (FILAC)

    Queste tecniche sono effettuabili in Day Hospital, comportano pochi disturbi nel periodo postoperatorio, consentono una rapida ripresa delle attività quotidiane e lavorative e si possono ripetere in caso di insuccesso.

    Possono essere impiegate anche in pazienti affetti da malattia di Crohn (che presentano spesso fistole multiple e complesse), nei quali, inoltre, può essere effettuato il trattamento locale con farmaci biologici (Infliximab, Adalinumab) o con gel di concentrati piastrinici autologhi.

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