Positivi alla schistosomiasi? La risposta sta solo nel test seriologico - Salvator Mundi International Hospital
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    • 30 MAG 18
    Positivi alla schistosomiasi? <br> La risposta sta solo nel test seriologico

    Positivi alla schistosomiasi?
    La risposta sta solo nel test seriologico

    Si può essere positivi alla schistosomiasi anche in assenza di sintomi e di alcune alterazioni.

    A mettere nero su bianco è stato uno studio condotto dallo Statens Serum Institut (SSI), sotto il patrocinio del Ministero della Salute danese su un gruppo di 40 turisti danesi esposti ad acque infestate dagli organismi schistosomiasi durante una gita di rafting, in Uganda, a nord del fiume Nilo.

    La schistosomiasi (bilharziosi o distomatosi sanguigna) è, infatti, una parassitosi che si può contrarre, tra l’altro, immergendosi in acque dolci (fiumi o laghi) contaminate; è causata da elminti trematodi del genere Schistosoma e le diverse specie provocano principalmente patologia a carico dell’intestino o dell’apparato uro-genitale.

    Lo studio è stato effettuato sui turisti tra la sesta e la 65esima settimana dall’esposizione, con screening per anticorpi specifici e acquisizione di tutte le informazioni relative all’evento e dati clinici e biochimici.

    A quale conclusione hanno portato le indagini? Non sono state trovate uova di schistosomiasi né nelle feci né nelle urine in nessuno dei casi e, sia gli eosinofili che i livelli di immunoglobina non sono risultati alterati. Quindi ne deriva che la schistosomiasi non è necessariamente associabile a nessun sintomo né ad alterazioni di eosinofili o presenza di uova in feci o urina. L’unico fattore prognostico di infezione è la consapevolezza di essersi esposti ad acqua dolce in un’area endemica di schistosomiasi. La sieroconversione (cioè il passaggio dalla sieronegatività alla sieropositività), inoltre, può avvenire anche dopo 2 mesi dall’esposizione, pur in totale assenza di sintomi o segnali. L’unico modo, dunque, per escludere totalmente il contagio da schistosomiasi è sottoporsi ai test sierologici fino a 2-3 mesi dall’esposizione alla “fonte di contaminazione”.

    Leggi la ricerca.

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